Costi indeducibili? Maggior reddito per il socio di srl a ristretta base.

Con la  Ordinanza n 25322 del 2022 la Cassazione ha ribadito che nella srl a ristretta base societaria rappresentano un maggior reddito per il socio anche i costi indeducibili sostenuti dalla società partecipata.

Costituisce ormai un orientamento giurisprudenziale consolidato  la presunzione giuridica che fa ricadere sul socio il maggior reddito  accertato in capo alla società a ristretta base, a nulla rilevando che lo stesso sia stato determinato dalla mancata contabilizzazione di ricavi o dal sostenimento di costi ritenuti inesistenti o indeducibili.

Si ricorda che tale presunzione, che non trova in alcun modo fonte nella legge ma ha matrice esclusivamente giurisprudenziale, non viola il divieto di presunzione di secondo grado, poiché il fatto noto  non è costituito dalla sussistenza di maggiori redditi induttivamente accertati, ma dalla ristrettezza della base societaria e dal vincolo di solidarietà e reciproco controllo dei soci che, in tal caso, normalmente caratterizza la gestione sociale. (Cass 22 aprile 2009, n 9519).

Se tale presunzione può avere una logica nel caso di ricavi non contabilizzati o costi inesistenti, risulta alquanto complesso seguire il ragionamento sotteso dai giudici nel caso di costi  indeducibili. A tal fine è interessante verificare le motivazioni della sentenza de quo per cui : ” in tali ipotesi, infatti, la società ha erogato tutte le somme presenti nel passivo del conto economico tra i costi, ma si tratta di costi indeducibili che vanno ad alterare il conto economico, che, una volta emendato di tale errore, comporta inevitabilmente ricavi maggiori  e, quindi un reddito maggiore rispetto a quello dichiarato. Anche in questo caso si genera un  maggior reddito che si presume distribuito ai soci della società a ristretta partecipazione”.

Evidente  la commistione tra quanto previsto dall’art art  116 del TUIR, che assimila la determinazione del reddito per i soci di srl a quelli delle società di persone, con la normativa propria di determinazione del reddito per le società di capitali, a nulla rilevando che la c.d. trasparenza fiscale è frutto di specifica opzione da parte del contribuente.

La stessa giurisprudenza ha fornito le indicazioni sulla prova contraria che dovrà fornire il contribuente per vincere la presunzione in oggetto,  statuendo che lo stesso dovrà dimostrare o di non aver prelevato gli utili extracontabili reinvestendoli in azienda,  o di non aver in alcun modo preso parte alla gestione societaria. Se il secondo punto può risultare di più agevole dimostrazione attraverso ad esempio l’esistenza di una corrispondenza tra socio e società, diabolica risulta essere  la prova che riguarda il mancato prelevamento degli utili: se si discute di ricavi in nero o costi fittizi  certamente sarà impossibile averne traccia nei libri contabili, e, a maggior ragione, nel caso di costi indeducibili dove la fuoriuscita finanziaria da parte della società c’è stata e, sicuramente, non nelle casse del singolo socio.

In ultimo si segnala che nell’ambito delle presunzioni risulta tutta da verificare  la portata innovativa del nuovo comma 5-bis dell’art. 7 del d.lgs.31.12.1992 , a mente del quale l’ente impositore “prova in giudizio le violazioni contestate con l’atto impugnato” .

In definitiva, un auspicabile intervento del Legislatore in materia tarda ad arrivare e ad oggi il contribuente vede vanificata, almeno con riferimento all’imposizione diretta, la tutela patrimoniale che può derivare dal partecipare ad una società a responsabilità limitata .

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